Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 3
19.10.2026 |
1.140 |
3
"L’odore di cazzo e di sesso restava ancora nell’aria quando, più tardi, portò di nuovo la mano al viso e si segò in silenzio, gli occhi chiusi, il sapore di Marco ancora presente sulla..."
Le sere successive seguirono un ritmo preciso, quasi rituale.
Una notte Marco si sistemò sul bordo del letto, i pantaloni aperti, e chiamò Samuele con un semplice cenno del mento. Samuele si inginocchiò senza esitare. Roberto, dal suo materasso, vide tutto: la bocca di Samuele che si apriva intorno al cazzo spesso di Marco, le labbra che scendevano fino quasi alla base, le guance che si scavavano a ogni risalita. Marco teneva una mano sulla nuca del ragazzo e muoveva i fianchi con calma, spingendo piano in fondo alla gola. I suoni erano umidi, ritmici, intervallati dai gemiti bassi di Marco.
«Più a fondo… così… bravo.»
Quando venne, lo fece con un sospiro lungo, tenendo la testa di Samuele ferma finché non ebbe sparato tutto in gola. Samuele deglutì, si leccò le labbra e tornò al suo letto come se niente fosse. Roberto restò a fissare il soffitto, il cazzo duro e dolorante, mentre l’odore di sesso si spargeva di nuovo nella stanza.
La sera dopo fu il turno di Roberto.
Marco si avvicinò al suo letto con la stessa calma di sempre. Si sedette, tirò fuori il cazzo già mezzo duro e glielo mise semplicemente in mano.
«Sega. Come ti ho insegnato.»
Roberto obbedì. Ormai le dita sapevano dove premere, quanto stringere, quando accelerare. Sentiva il membro diventare di pietra sotto il suo palmo, le vene che pulsavano, il liquido pre-spermatico che rendeva tutto scivoloso. Marco respirava pesante, una mano appoggiata sulla coscia di Roberto, e quando venne fu di nuovo abbondante: schizzi caldi che gli macchiarono le coperte e le dita. Roberto continuò a muovere la mano fino all’ultima goccia, come gli era stato detto.
Quella notte, dopo che tutti si furono quietati, Roberto si segò di nuovo inspirando l’odore che gli restava sulla pelle. Non lottò quasi più contro se stesso.
Poi entrò in scena anche Diego.
Una sera Marco era di nuovo con Samuele: il più giovane gli succhiava il cazzo con dedizione, ginocchia sul pavimento freddo, mentre Marco gli teneva i capelli. Diego si avvicinò al letto di Roberto senza dire una parola. Si calò i pantaloni, tirò fuori il suo membro lungo e ricurvo, già completamente duro, e glielo porse.
«Anche tu. Dai.»
Roberto esitò solo un secondo. Poi chiuse le dita intorno a quel cazzo diverso, più sottile ma più lungo di quello di Marco. Diego gli mise una mano sulla spalla e iniziò a spingere i fianchi incontro al pugno. Roberto lo segò guardando di sottecchi l’altra coppia: la bocca di Samuele che saliva e scendeva, i gemiti di Marco, il suono bagnato. Quando Diego venne, lo fece con un grugnito basso, sparando sul polso e sulle coperte di Roberto. Marco, quasi nello stesso momento, si svuotò in gola a Samuele.
Roberto restò seduto, le mani appiccicose, il cuore che batteva troppo forte. E per la prima volta si rese conto di una cosa che lo spaventava quasi quanto lo eccitava: non vedeva l’ora che arrivasse sera. Voleva maneggiare quei cazzoni. Voleva sentirli diventare duri sotto le sue dita, voleva vederli sparare, voleva l’odore che restava sulla pelle.
Qualche sera dopo Marco decise che era tempo di passare al livello successivo.
Stava di nuovo seduto, Samuele tra le gambe, la bocca piena. A un certo punto alzò lo sguardo verso Roberto e gli fece segno di avvicinarsi.
«Vieni qui. Guarda.»
Roberto si alzò e si mise in ginocchio accanto a Samuele. Marco gli prese i capelli con una mano e gli avvicinò il viso al punto in cui il cazzo entrava e usciva dalla bocca di Samuele.
«Guarda come tiene le labbra. Guarda quanto scende. Senti il rumore.»
Samuele rallentò apposta, lasciando vedere tutto: la lingua che girava intorno alla testa, le labbra strette sul fusto, la saliva che colava. Marco parlava a voce bassa, paziente, come un insegnante.
«Quando lo prendi tu, non usare i denti. Respira col naso. Se ti viene da tossire, fermati un secondo e riparti. E usa la lingua sotto, qui… senti?»
Prese la mano di Roberto e gliela fece passare sotto il cazzo, facendo toccare la vena spessa.
«Impara bene. Perché domani tocca a te.»
Roberto deglutì. La gola gli era improvvisamente secca. Samuele riprese a succhiare più forte, e Marco gemette, tenendo ancora lo sguardo fisso su Roberto.
«Domani sera. Se vuoi restare in questa camerata senza che ti trasformino la vita in un inferno, impari a farlo per bene. Capito, Bob?»
Roberto annuì. La voce gli uscì roca.
«Capito.»
Marco sorrise, quella stessa curva di labbra del primo giorno, e spinse la testa di Samuele fino in fondo mentre veniva.
La notte successiva Roberto non riuscì a mangiare quasi niente a cena. Il tempo sembrava scorrere troppo lento e troppo veloce insieme. Quando le luci si abbassarono e gli altri si sistemarono, Marco si alzò e venne verso il suo letto. I pantaloni già aperti. Il cazzo già duro, pesante, la testa lucida.
Si sedette sul bordo del materasso e guardò Roberto dritto negli occhi.
«In ginocchio.»
Roberto scese dal letto. Le gambe gli tremavano. Si mise in ginocchio tra le cosce di Marco. L’odore era forte, familiare ormai. Marco gli prese i capelli con una mano e gli avvicinò il viso al cazzo.
«Apri. Piano. Come ti ho fatto vedere.»
Roberto aprì la bocca. Il sapore era salato, caldo, intenso. La testa del cazzo gli premette contro la lingua. Marco non spinse subito a fondo: lo lasciò abituarsi, gli fece leccare, gli fece prendere solo i primi centimetri. Poi, lentamente, iniziò a farlo scendere di più.
«Respira. Usa la lingua. Sì… così.»
Roberto sentiva le lacrime spuntargli agli occhi quando il membro gli toccava il fondo della gola, ma non si tirò indietro. Diego e Samuele guardavano in silenzio dai loro letti. Marco teneva la sua testa con entrambe le mani adesso, guidandolo su e giù con un ritmo paziente ma deciso.
«Più a fondo. Bravo. Lo stai facendo bene.»
Il cazzo di Roberto era duro da far male, chiuso nei boxer, e ogni volta che Marco gemetteva il piacere gli saliva più forte, mescolato alla vergogna e a qualcosa di nuovo, di oscuro, che non sapeva ancora nominare.
Marco accelerò. I fianchi iniziarono a muoversi incontro alla bocca di Roberto. I suoni diventarono più bagnati, più disordinati. Roberto ci dava dentro, la saliva che gli colava dal mento, le mani aggrappate alle cosce di Marco.
«Adesso… non ti muovere…»
Marco spinse fino in fondo e venne. Roberto sentì i getti caldi riempirgli la bocca, uno dopo l’altro. Deglutì perché non sapeva fare altro. Marco lo tenne lì ancora qualche secondo, poi gli lasciò i capelli e gli accarezzò la guancia con il pollice, quasi dolce.
«Bravo, Bob. Hai imparato.»
Roberto restò in ginocchio, il respiro corto, le labbra lucide, il sapore di sborra ancora forte sulla lingua. Diego e Samuele si stavano già toccando, eccitati da quello che avevano visto.
Marco si alzò, si sistemò i pantaloni e gli diede una leggera pacca sulla spalla.
«D’ora in poi, quando ti chiamo, vieni. E lo fai per bene. Altrimenti… beh, sai già come può diventare questa stanza.»
Roberto annuì. Si rialzò con le gambe molli e si rimise a letto. Non si pulì la bocca. Restò sdraiato a fissare il soffitto, il cuore che batteva troppo forte, il cazzo ancora duro, e per la prima volta non riuscì a decidere se quello che sentiva fosse ancora solo paura… o qualcosa di molto più pericoloso.
L’odore di cazzo e di sesso restava ancora nell’aria quando, più tardi, portò di nuovo la mano al viso e si segò in silenzio, gli occhi chiusi, il sapore di Marco ancora presente sulla lingua.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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